I commercialisti e il dovere di informazione

A cura della Dott.ssa Marina Crisafi

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Nota di commento alla sentenza della Cassazione, sez. III civile, n. 13007 del 23 giugno 2016

Il commercialista, nell’adempimento del dovere di informazione, è tenuto ad avvertire il cliente non solo su tutto ciò che rientra nelle sue competenze professionali, ma altresì, sull’ambito e i limiti delle stesse, fornendogli gli elementi utili che possano permettere al cliente di adottare autonome decisioni, ivi compresa quella di rivolgersi ad altri professionisti. A sancire quello che è un vero e proprio giro di vite sul dovere di informazione dei commercialisti è la Cassazione, la quale, con la recentissima sentenza n. 13007/2016, depositata il 23 giugno scorso – accogliendo il ricorso presentato da un cliente contro un consulente, cui era stato affidato l’incarico di impugnare in sede di legittimità una
pronuncia della Commissione Tributaria Regionale, senza previo avviso della mancata competenza a patrocinare davanti alle giurisdizioni superiori – ha colto l’occasione per fissare alcuni punti fermi nella responsabilità professionale dei dottori commercialisti.

La vicenda

La vicenda ha inizio con la citazione in giudizio da parte del cliente innanzi al tribunale di Campobasso del proprio commercialista per sentirlo dichiarare responsabile della mancata impugnazione della sentenza emessa dalla Commissione Tributaria Regionale di Campobasso e condannare al risarcimento dei danni subiti oltre alla restituzione delle somme corrisposte in ragione dell’impugnazione mancata.

L’uomo, di professione orologiaio, infatti era stato condannato dalla Ctr nell’appello contro l’Agenzia delle Entrate, a pagare un accertamento Irpef per l’anno di imposta 1991 e, ignorando le condotte da adottare, aveva consegnato al proprio commercialista l’originale della comunicazione del dispositivo della sentenza per ottenere indicazioni e chiarimenti. Il professionista però, nonostante i vari solleciti, non lo aveva contattato né tantomeno convocato per illustrargli le iniziative da assumere, tanto che alla fine decorrevano i termini per l’impugnazione innanzi alla Cassazione e l’uomo era costretto a pagare all’amministrazione finanziaria quasi 90mila euro, oltre interessi, dovendo fare ricorso al credito bancario.

Da qui, la decisione di trascinare il commercialista in giudizio, il quale si costituiva chiamando in causa la propria assicurazione, negando, ad ogni modo, qualsiasi responsabilità nella vicenda, avendo lo stesso prestato soltanto consulenza contabile al cliente e non essendo stato destinatario di alcun incarico riguardante la sentenza della Ctr, dinanzi alla quale peraltro il cliente era stato difeso da altro professionista, e che comunque egli non avrebbe potuto impugnare, giacché essendo dottore commercialista non era abilitato alla difesa innanzi alla Corte di Cassazione. Il professionista negava altresì di aver mai ricevuto documenti da parte dell’uomo, né missive o solleciti, asserendo pertanto che “la condotta incurante ed omissiva – fosse – da ascrivere esclusivamente” allo stesso e che in ogni caso, anche laddove fosse stato proposto il ricorso in cassazione, le chance di successo sarebbero state scarsissime.

In primo grado e in secondo grado, i giudici davano ragione al commercialista, escludendone la responsabilità professionale in quanto, non essendo lo stesso abilitato alla difesa tecnica dinanzi alle giurisdizioni superiori, non avrebbe potuto impugnare in Cassazione la sentenza sfavorevole al contribuente.

La questione finiva così innanzi alla Suprema Corte, alla quale il cliente si rivolge contestando tre motivi di ricorso, assumendo in particolare che l’incarico conferito al professionista sarebbe consistito “in una consulenza tecnico-giuridica volta innanzitutto a conoscere tempestivamente rimedi, termini e modalità previsti dall’ordinamento giuridico per la tutela avverso una sfavorevole sentenza della Commissione Tributaria Regionale, ed inoltre ad analizzare sul piano tecnico la motivazione del provvedimento e le ragioni del rigetto dell’appello“. Da ciò, a detta del ricorrente, discende in diritto l’obbligo del commercialista di informare il cliente dell’esistenza del rimedio del ricorso per cassazione, nonché dei termini e delle modalità per la sua proposizione, inclusa l’informazione della necessità di rivolgersi ad un avvocato abilitato a difendere dinanzi alle giurisdizioni superiori trattandosi di circostanze né di pubblico dominio né nella conoscenza del cliente medesimo, considerato che lo stesso svolgeva l’attività lavorativa di orologiaio. Inoltre, essendo il commercialista un professionista cui l’ordinamento attribuisce specifica competenza in materia tributaria, oltre che il patrocinio dinanzi alle giurisdizioni tributarie di merito, sosteneva il ricorrente, egli aveva anche specifica conoscenza sia del rito tributario che del sistema dei gravami esperibili. Quindi, il professionista, anche in virtù del pluriennale rapporto che lo legava al ricorrente (essendo il consulente della ditta da anni), avrebbe dovuto fornire, con tempestività, le informazioni richieste, in ossequio ai doveri di diligenza professionale derivanti dall’incarico conferito ai sensi dell’art. 2230 e seguenti e dalla clausola generale dell’art. 1176 c.c.

La decisione

La terza sezione civile della Cassazione dà ragione al cliente, ribaltando entrambi i gradi di giudizio, e con una dettagliata motivazione delinea i contorni della responsabilità del dottore commercialista, la quale presuppone, “la violazione del dovere di diligenza media esigibile ai sensi dell’art. 1176, secondo comma, e 2236 cod. civ., tenuto conto della natura e della portata dell’incarico conferito”.

Qualora si tratti di attività di consulenza richiesta a un commercialista, si legge nella sentenza, “il dovere di diligenza impone, tra gli altri, l’obbligo, non solo di dare tutte le informazioni che siano di utilità per il cliente e che rientrino nell’ambito della competenza del professionista ma anche, tenuto conto della portata dell’incarico conferito, di individuare le questioni che esulino da detto ambito. Il professionista incaricato dovrà perciò informare il cliente dei limiti della propria competenza e fornire gli elementi e i dati comunque nella sua conoscenza per consentire al cliente di prendere proprie autonome determinazioni, eventualmente rivolgendosi ad altro professionista indicato come competente”.

È chiaro che la definizione dell’ampiezza del dovere di informazione delineato e la valutazione della diligenza richiesta nell’adempimento presuppongono che vengano individuati, in concreto, gli esatti termini dell’incarico conferito al commercialista.

Per cui, affermano gli Ermellini, ha sbagliato la Corte di appello a non svolgere alcuna apposita disamina sul punto, reputando chem anche a voler ammettere che “l’incarico professionale fosse stato conferito e fosse consistito nella richiesta di una ‘consulenza di carattere tecnico’, ovvero di un parere ‘in prospettiva di un eventuale ricorso per cassazione’, non sarebbe stata comunque configurabile una responsabilità del professionista cui imputare i danni per la perdita della possibilità di ricorrere per cassazione”. L’obbligo di diligenza connesso all’incarico di consulenza si estendeva, infatti, indubbiamente all’illustrazione dei rimedi astrattamente esperibili dal cliente, pur se non praticabili dal professionista stesso.

Né il fatto che il commercialista non sia abilitato a patrocinare innanzi alla Cassazione, ha sottolineato infine la Corte, può valere ad escluderne la responsabilità,ove non gli si ascriva (soltanto) tale mancata impugnazione, bensì la mancata ottemperanza all’obbligo di informare il cliente della necessità di rivolgersi ad un avvocato abilitato, nei tempi previsti dall’ordinamento per impugnare la sentenza”.

Per cui la sentenza va cassata e la parola passa al giudice del rinvio ai fini del relativo accertamento sulla natura, il contenuto effettivo e le modalità di svolgimento dell’incarico professionale, oltre che sulla valutazione della condotta del professionista e di tutte le questioni in merito alla sussistenza, in concreto, di danni risarcibili da parte dello stesso al cliente.

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