I “nuovi” contratti di convivenza redatti dagli avvocati

A cura della Dott.ssa Marina Crisafi

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La legge sulle unioni civili approvata nei giorni scorsi assegna anche ai professionisti forensi il compito di attestare la liceità degli accordi di coppia

Presto gli avvocati saranno chiamati alla nuova “funzione” di attestare la legittimità degli accordi conclusi coppie di fatto per regolare i propri rapporti di convivenza. La novità è prevista espressamente dal testo della nuova legge sulle unioni civili, approvata definitivamente dalla Camera l’11 maggio scorso e in via di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

Il provvedimento approvato, tra le infinite polemiche di diverse parti politiche e il plauso delle parti sociali, ha profondamente innovato l’ordinamento italiano, attraverso l’inserimento di due nuovi istituti che si affiancano a quello tradizionale del matrimonio, allineando, dopo molti anni di ritardo, l’Italia, alla legislazione della maggior parte dei paesi europei.

Nel dettaglio, la legge, ha disciplinato per la prima volta nella storia italiana, le unioni civili, quale formazione familiare riservata alle coppie formate da persone appartenenti allo stesso sesso e ha dettato una specifica disciplina anche per le convivenze di fatto, fruibili sia dagli eterosessuali che dagli omosessuali, differenziandole entrambe sotto il profilo dei diritti e dei doveri, sia personali che patrimoniali.

Proprio nell’ambito delle convivenze di fatto, fa “capolino” il nuovo ruolo conferito ai professionisti forensi dalla legge, in accoglimento dell’appello della stessa avvocatura che ancora prima dell’approdo in aula del testo aveva sollecitato il Parlamento ad estendere i poteri di autentica e stipula sui nuovi contratti anche agli avvocati, e non solo ai notai.

Ecco, nel dettaglio, le novità introdotte dalla legge Cirinnà e il nuovo ruolo affidato agli avvocati:

Le due nuove formazioni familiari

Le unioni civili tra due persone dello stesso sesso rappresentano il primo caposaldo della nuova legge. Tali formazioni “sociali specifiche” saranno caratterizzate da diritti e doveri del tutto analoghi a quelli contemplati per il matrimonio (fatta salva l’adozione, dopo lo stralcio della stepchild adoption dal testo), come, ad esempio: sotto il primo profilo, la possibilità di scegliere il cognome del partner, anteponendolo o posponendolo al proprio, la percezione del Tfr e della pensione di reversibilità e i diritti successori; sotto il secondo, l’obbligo reciproco di assistenza morale e materiale, alla coabitazione e alla contribuzione in relazione alle proprie sostanze e alle proprie capacità di lavoro professionale e casalingo.

Con la costituzione dell’unione, di fronte all’ufficiale di stato civile alla presenza di due testimoni e la successiva registrazione nell’archivio dello stato civile, le parti potranno concordare tra loro, “l’indirizzo della vita familiare e fissare la residenza comune”, scegliendo anche l’eventuale regime di separazione dei beni (altrimenti il regime di base sarà quello della comunione).

Una volta formalizzata, per il suo scioglimento, l’unione riprende le norme relative alle cause di divorzio con l’applicazione anche delle discipline acceleratorie attualmente previste (ad es. la negoziazione assistita) senza passare dalla separazione.

L’altra formazione istituita dalla legge Cirinnà riguarda le convivenze di fatto, applicabili sia alle coppie omosessuali che eterosessuali.

Sono considerati conviventi di fatto, secondo il testo della legge, due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, coabitanti ed aventi dimora abituale nel medesimo comune.

Anche alle coppie di fatto sono estese diverse prerogative spettanti oggi ai coniugi (seppur in maniera limitata rispetto alle unioni civili), tra cui: il diritto di visita in ambito sanitario; la possibilità di designare il partner come proprio rappresentante; i diritti inerenti la casa di abitazione della coppia (ecc.).

Quanto ai rapporti patrimoniali, viene conferita, inoltre, alle coppie di fatto la possibilità di stipulare appositi contratti di convivenza.

I contratti di convivenza

La legge prevede espressamente (comma 50 del testo) che le coppie di fatto possano presentarsi da un notaio o da un avvocato per stipulare un contratto attraverso il quale disciplinare i rapporti relativi alla loro vita in comune.

Il contratto potrà contenere oltre all’indicazione della residenza della coppia anche le modalità di contribuzione alle necessità della vita in comune, in relazione alle sostanze di ciascuno e alla capacità di lavoro professionale o casalingo; nonché il regime patrimoniale della comunione dei beni.

Tale atto, come prevede il comma 51 del testo approvato, va redatto in forma scritta, a pena di nullità, con atto pubblico o scrittura privata, con sottoscrizione autenticata da un notaio o da un avvocato.

La nuova competenza posta in capo ai professionisti legali, peraltro, non riguarda soltanto la mera certificazione dell’autografia delle firme.

In base alla novella legislativa, infatti, l’avvocato (e il notaio) dovranno attestare la liceità dell’accordo sottoscritto dalle parti, dichiarandone “la conformità alle norme imperative e all’ordine pubblico”.

Ai fini dell’opponibilità ai terzi, inoltre, l’avvocato che ha ricevuto l’atto deve provvedere entro i successivi dieci giorni a trasmetterne copia al comune di residenza dei conviventi per l’iscrizione all’anagrafe ai sensi degli articoli 5 e 7 del regolamento di cui al d.pr. n. 223/1989.

Ma non solo. I professionisti legali saranno chiamati ad attestare qualsiasi modifica al contratto, intervenuta nel corso della  convivenza, nonché la sua risoluzione, che potrà avvenire: per accordo delle parti, per recesso unilaterale, matrimonio o unione civile tra i conviventi o con terzi, morte di uno dei contraenti.

Nel caso di risoluzione per recesso unilaterale dell’accordo, il professionista che riceve o autentica l’atto è tenuto, altresì, a notificarne copia all’altro contraente all’indirizzo risultante dal contratto. Nell’ipotesi in cui la casa familiare sia nella disponibilità esclusiva del recedente, la dichiarazione di recesso, a pena di nullità, deve contenere il termine, non inferiore a novanta giorni, concesso al convivente per lasciare l’abitazione.

Una volta cessata la convivenza in capo ad uno dei due partner potrà conseguire il diritto agli alimenti. La decisione sull’insorgenza dell’obbligo (nonché sulla determinazione della misura e della durata dello stesso) spetterà al giudice, in base allo stato di bisogno in cui versa il convivente e all’impossibilità di provvedere al proprio mantenimento.

Il plauso del Cnf

La decisione del Parlamento di riconoscere anche agli avvocati la competenza di stipulare i contratti di convivenza ha ricevuto il plauso del Consiglio Nazionale forense, il quale, all’indomani dell’approvazione della legge ha assicurato il massimo impegno dell’avvocatura nell’attuazione di tale compito, “con competenza e preparazione”.

La nuova funzione di “assistenza” ai conviventi di fatto che intendano stipulare un contratto di convivenza, si legge nella nota ufficiale, rappresenta per un verso, il “riconoscimento legislativo di una attività di ‘consulenza’ alle famiglie nella quale i legali sono spesso coinvolti per scelta dei propri assistiti”, per l’altro “un ulteriore passo avanti nel riconoscimento da parte dell’ordinamento di nuove funzioni a valenza pubblicistica, come per esempio già accaduto con la negoziazione assistita, che proprio nella materia familiare sta dando i risultati migliori”.

Questo riconoscimento, ha concluso il Cnf, “impegna ulteriormente la responsabilità degli Avvocati nel rendere un servizio competente ed efficiente e fare in modo che le nuove tutele riconosciute dall’ordinamento ai propri cittadini possano effettivamente dispiegarsi”.

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