Avvocati: il codice deontologico ha un nuovo articolo 35. Ecco cosa prevede

A cura dell’Avv. Valeria Zeppilli

Nella Gazzetsynago-gare-appalti-avvocati-365x365ta Ufficiale numero 102 del 3 maggio 2016 è stato finalmente pubblicato il nuovo articolo 35 del codice deontologico forense.

Con la conseguenza che oggi il dovere di corretta informazione gravante sugli avvocati presenta una nuova fisionomia.

Ad averla disegnata, nel dettaglio, è stato il Consiglio Nazionale Forense nella seduta amministrativa del 22 gennaio scorso, facendo tesoro delle procedure di consultazione appositamente avviate a seguito della delibera del 23 ottobre 2015 e consistite nell’acquisizione dei pareri espressi dai Consigli degli Ordini distrettuali per via telematica.

Tale modifica, del resto, si presentava ormai come imprescindibile e l’impossibilità dirinviarla ulteriormente era stata ufficialmente decretata dalle recenti pronunce con le quali il Consiglio di Stato aveva confermato le sanzioni elevate dall’Antitrust al Consiglio Nazionale Forense proprio per le posizioni assunte con riferimento ai moderni sistemi di pubblicità su internet.

Con il nuovo articolo 35 non c’è ormai più dubbio: anche i legali possono farsi pubblicità per il tramite dei siti web, sia che ci sia re-indirizzamento sia che questo manchi.

Analizziamo, quindi, le disposizioni della nuova norma deontologica in materia di corretta informazione per capire come da ora in poi si potrà estrinsecare il relativo dovere.

Doveri da rispettare

Ogni avvocato, innanzitutto, quando fornisce le informazioni inerenti la propria attività professionale non deve dimenticare di tenere conto dei doveri di verità, di correttezza, di trasparenza, di segretezza e di riservatezza che su di esso gravano qualsiasi sia il mezzo utilizzato per renderle, quindi anche se si scelga il web.

Nel fornire le informazioni professionali, inoltre, il legale deve ricordare di fare riferimento sia alla natura che ai limiti della propria obbligazione professionale.

Rapporti con i terzi

Le informazioni che l’avvocato rende con riferimento alla propria attività professionale, inoltre, non possono in alcun modo avere ad oggetto la comparazione della propria attività con quella di altri colleghi.

Insomma: è possibile spalancare le porte solo del proprio studio, senza lasciare aperto alcuno spiraglio su quello degli altri.

Inoltre nel fornire informazioni ci si deve guardare bene dal fornire i nomi di altri professionisti o di qualsiasi altro soggetto terzo. Unica eccezione: il caso in cui tali nominativi appartengano a collaboratori organicamente o direttamente collegati con il proprio studio.

Anche nel caso in cui il professionista che si voglia nominare sia defunto e abbia fatto parte dello studio in passato, la possibilità è infatti concessa solo se lo stesso lo abbia espressamente previsto o disposto per testamento o, al limite, se c’è il consenso unanime degli eredi.

Oggetto delle informazioni

Le informazioni che gli avvocati intendano fornire, inoltre, non devono essere ingannevoli, denigratorie, suggestive né possono essere equivoche.

In esse, oltretutto, non è possibile fare riferimento a titoli, a funzioni o a incarichi che non siano strettamente inerenti l’attività professionale.

Si pensi che anche il titolo accademico di professore può essere espressamente utilizzato dall’avvocato solo se egli sia o sia stato un docente universitario di materie giuridiche. In tal caso, se quanto detto non bastasse, bisogna ricordare di specificare sempre sia la qualifica che la materia di insegnamento.

Informazioni obbligatorie

Quando decide di fornire informazioni sulla propria professione, oltre ai predetti limiti negativi relativi a notizie che non possono essere divulgate, l’avvocato soggiace ad alcuni limiti positivi: in forza del comma 3 dell’articolo 35, infatti, egli deve in ogni caso indicare il titolo professionale, la denominazione dello studio e l’ordine al quale appartiene.

Praticanti

Il dovere di informazione, oltretutto, non è limitato ai professionisti avvocati ma, come è ovvio che sia date le funzioni e la posizione che questi ricoprono, esso è esteso anche ai praticanti.

In particolare chi è iscritto nel registro dei praticanti può utilizzare esclusivamente e per esteso il titolo di “praticante avvocato”.

Se poi ha conseguito la relativa abilitazione, il praticante può specificare di essere “abilitato al patrocinio”.

Riservatezza dei clienti

Ovviamente l’avvocato che fornisce informazioni al pubblico circa la propria attività deve tutelare la riservatezza dei propri clienti e di tutti coloro che assiste.

Di conseguenza, il comma 9 dell’articolo 35 del codice deontologico vieta ai legali di indicare a tal proposito i nominativi dei predetti soggetti.

Se questi vi consentono, tuttavia, egli avrà la libertà di nominarli.

Dignità, decoro e sanzioni

Gli ultimi due commi dell’articolo in commento completano la disciplina del dovere di corretta informazione specificando, l’uno, che in ogni caso è fondamentale rispettare i principi di dignità e di decoro della professione e, l’altro, che chi violi i precetti stabiliti dall’intera norma soggiace alla sanzione disciplinare della censura.

Attività e comunicazioni sul web

Da quanto sinora analizzato emerge chiaramente che la grande novità della nuova formulazione dell’articolo 35 del codice deontologico, idonea a differenziarla rispetto al passato, è quella di aver aperto le porte alla pubblicità sul web.

Se si guarda al nuovo testo, potrà quasi non farsi caso al fatto (qui evidenziato) che il primo comma ammette testualmente la possibilità per l’avvocato di fornire informazioni sulla propria attività professionale con ogni mezzo.

Si tratta, in realtà, di un’apertura molto importante che risulta ancora più eclatante se si ricorda cosa prevedeva l’ormai vecchia formulazione dell’articolo.

Non bisogna infatti dimenticare che la recente modifica ha del tutto abolito gli ex commi 9 e 10 dell’articolo, quelli, cioè, relativi all’utilizzo di internet.

Il primo, infatti, prevedeva che gli avvocati potevano utilizzare i siti web per fornire le informazioni solo se questi avevano domini propri senza re-indirizzamento, fossero direttamente riconducibili all’avvocato che se ne avvaleva, allo studio associato del quale faceva parte o alla società di avvocati alla quale partecipava.

Peraltro era comunque necessaria la preventiva comunicazione al Consiglio dell’ordine di appartenenza della forma e del contenuto del sito.

L’articolo 10, invece, responsabilizzava i legali con riferimento ai contenuti e alla sicurezza dei propri siti. Questi, infatti, non potevano contenere alcun riferimento commerciale o pubblicitario, né mediante l’indicazione diretta né mediante strumenti di collegamento interni o esterni al sito.

Con la scomparsa di tali due commi, insomma, le porte del web sono ufficialmente aperte anche ai legali che vogliano fornire informazioni circa la propria attività professionale.

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