Cnf vs Equitalia: equo compenso agli avvocati

A cura della Dott.ssa Marina Crisafi

L’intervento del Consiglio Nazionale Forense sulla convenzione “capestro” di Equitalia per gli avvocati

Da un minimo di 50 eucompensi-avvocatiro per le cause di fronte al giudice di pace, indipendentemente dal valore, a 75 euro per le liti di valore non superiore a 20mila euro, fino a un tetto massimo di mille euro per le controversie innanzi alla Cassazione o alla Corte dei Conti. Sono queste le “cifre” che Equitalia intende corrispondere a titolo di compenso agli avvocati che prestano la propria opera professionale in suo favore.

Cifre che, com’è ovvio, e non solo per i criteri di quantificazione, sono state portate nei giorni scorsi all’attenzione del Consiglio Nazionale Forense dagli ordini interessati, al fine di un autorevole intervento in materia.

La vicenda

La vicenda prende le mosse dal Consiglio dell’Ordine di Santa Maria Capua Vetere che, a seguito dei numerosi solleciti verbali ricevuti dagli iscritti, ha deciso di denunciare al Cnf i compensi “da fame” che Equitalia Sud ha proposto ai propri legali.

Con delibera emanata il 21 aprile scorso, a firma del presidente avv. Carlo Grillo, corredata dalla “tabella” incriminata, il Coa campano ha invitato il Consiglio nazionale a prendere “ferma posizione” in ordine alle convenzioni “capestro” proposte da Equitalia Sud agli avvocati con compensi “mortificanti per la dignità dei professionisti e insufficienti – persino – a coprire le spese da anticipare”.

Alla richiesta del Coa di S. Maria Capua Vetere si sono accodati gli altri consigli degli ordini forensi campani denunciando i contenuti della proposta di rinnovo dei contratti di consulenza che la società di riscossione ha formulato nei confronti dei legali relativamente agli incarichi di patrocinio legale per il contenzioso, nonché all’attività di rappresentanza e delega in giudizio e di recupero crediti a favore dell’ente.

La reazione del Cnf

La reazione del Cnf non si è fatta attendere, incalzata anche da una polemica incessante diffusa sul web e, in particolare, sui social network.

Nella newsletter n. 298 del 26 aprile scorso, il Consiglio ha reso noto, infatti, di avere chiesto, chiarimenti ad Equitalia sui criteri adottati per determinare i compensi professionali per gli incarichi affidati ai legali.

Con la lettera firmata dal presidente Andrea Mascherin e inviata sia al presidente Vincenzo Busa che all’amministratore delegato di Equitalia S.p.A., Ernesto Maria Ruffini, il Cnf ha richiamato non solo il “quantum” dei compensi previsti nella tabella allegata alla proposta di convenzione, ma altresì l’introduzione di ulteriori indicazioni.

In particolare, chiedendo delucidazioni in merito a due clausole: la prima che prescrive “in via residuale e per i giudizi aventi ad oggetto questioni specifiche, di alta specializzazione o rilevanza strategica, che il compenso venga stabilito, di volta in volta, anche in relazione al valore della lite, al grado di complessità dell’incarico e in maniera adeguata all’importanza dell’opera e non dovrà, comunque, superare quanto complessivamente spettante ai sensi del d.m. n. 55/2014, decurtato di una percentuale non inferiore all’80%”; la seconda che dispone “che il compenso è da ritenersi pattuito anche per l’eventuale attività di recupero forzato delle spese di lite, nel caso di condanna di controparte al pagamento in favore della società”.

Le cifre e le indicazioni contenute nella proposta di convenzione, ha affermato il Cnf, “fanno sorgere forti perplessità” per cui si rende necessario, anche al fine “dell’eventuale adozione di ogni altra, successiva, determinazione”, avere delucidazioni sui criteri e le valutazioni adottate per la determinazione dei compensi relativamente a ciascuna tipologia di prestazione considerata.

La risposta di Equitalia

Come reso noto dal Cnf, nel comunicato stampa istituzionale diffuso ieri, dopo la lettera di chiarimenti inviata ad Equitalia, il presidente Mascherin ha incontrato l’ad dell’ente Ruffini. Risultato dell’incontro,  segnato da una “reciproca disponibilità all’ascolto”, è stata la decisione da parte della società di riscossione del “congelamento” dei compensi previsti nella proposta di nuova convenzione sottoposta agli avvocati che vogliano essere inseriti nelle liste dei professionisti disponibili ad assumere la rappresentanza e difesa della stessa.

Ma non solo. L’incontro tra i due leader ha rappresentato l’occasione per l’avvio di un lavoro comune per ridefinire, nel più ampio quadro del regolamento dell’ente, relativo all’individuazione degli avvocati da inserire negli elenchi dei fiduciari da cui poter attingere, anche la questione compensi.

La proposta del Cnf sull’equo compenso

Nell’attesa dei successivi sviluppi sulla vicenda, bisogna ricordare che il Cnf sulla questione dell’equo compenso ha già preso più volte posizione.

È recente, infatti, la proposta normativa formulata dal Cnf, in occasione dell’Agorà degli Ordini Forensi del febbraio scorso, di introdurre una disciplina per impedire le “convenzioni capestro” a danno degli avvocati.

L’iniziativa, illustrata dal presidente Mascherin, ha il fine di tutelare l’equo compenso degli avvocati nei rapporti contrattuali con gli altri operatori economici, soprattutto, con i c.d. “poteri forti”, come le grandi imprese, ma anche altri professionisti, le società tra professionisti e gli enti pubblici.

La proposta, ha spiegato lo stesso Mascherin, parte dal lungo lavoro di analisi svolto dal Cnf, da un lato sulla legislazione vigente in materia di equo compenso e di clausole abusive, dall’altro, sui testi di numerose convenzioni esistenti.

Proprio la verifica dei contenuti delle convenzioni che i “grandi committenti, clienti forti come banche e assicurazioni, propongono ai professionisti legali per lo svolgimento di attività di consulenza e/o di rappresentanza in giudizio” dalla quale è emersa la presenza “diffusa ed uniforme di clausole capestro, di natura abusiva nella misura in cui non rispettano la proporzione tra il compenso previsto e la quantità e la qualità del lavoro svolto dal legale su mandato della impresa”, ha spinto il Consiglio a muoversi in questo senso.

Quanto ai riferimenti legislativi cui si è fatto riferimento nel redigere l’articolato, si è partiti anzitutto dal dato costituzionale dell’art. 36, che riconosce il diritto del lavoratore all’equa retribuzione, giungendo poi alla legge che ha istituito l’equo compenso per i giornalisti (legge n. 233/2012) e all’ampia applicazione da parte della giurisprudenza del principio di “abuso di posizione economica”, originariamente previsto dalla legge di disciplina della subfornitura (legge n. 192/1998) e ora considerato principio generale dell’ordinamento.

Partendo da queste premesse, la proposta di legge redatta prevede l’istituzione, presso il ministero della giustizia, di una commissione ad hoc sull’equo compenso, in grado di valutare le condizioni applicate nei confronti dei professionisti forensi, di definire i criteri per un compenso equo ed individuare gli operatori economici che ne garantiscono il rispetto dandone adeguata pubblicità.

Sul fronte contrattuale, si chiede il riconoscimento della nullità di tutte le clausole che prevedono condizioni contrattuali contrarie all’equo compenso e vengono definite anche le varie “tipologie” di clausole ritenute abusive in quanto realizzatrici di un eccessivo squilibrio contrattuale tra le parti, in favore del committente.

La proposta, che rappresenta “un punto di riferimento importante per tutte le professioni ordinistiche e che segna un necessario riequilibrio nei rapporti tra operatori economici, impendendo situazioni che in certi casi possiamo definire, senza mezzi termini, di prevaricazione”, ha incontrato il consenso di tutte le professioni.

Come annunciato dallo stesso Cnf (nella newsletter n. 293/2016), la pdl sarà con molta probabilità “imbarcata” all’interno del più ampio progetto di legge del Governo sul lavoro autonomo, oggi all’esame del Parlamento, trovando così, si auspica, una più rapida approvazione.

 

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