Il CNF dice la sua sulla riforma della geografia giudiziaria

A cura dell’Avv. Valeria Zeppilli

Nei giorni synago-gare-appalti-avvocati-365x365scorsi, la commissione Vietti ha ufficialmente consegnato al Ministro della giustizia lo schema di legge delega per la riforma dell’ordinamento giudiziario. Tra i contenuti più spinosi quello inerente la riforma della geografia giudiziaria.

L’idea, a tal proposito, è quella di ridurre sia i Tribunali che i distretti di Corte d’Appello, anche accorpando diverse Regioni.

Durante la stesura, la presa di posizione del CNF è risultata forte e decisa e, nonostante il Consiglio abbia dato atto del fatto che alla fine la commissione Vietti ha tenuto conto di alcune delle indicazioni che le aveva offerto, con un comunicato stampa del 31 marzo non si è comunque mostrato soddisfatto dei lavori svolti. Si è infatti affermata la necessità di un’integrazione della relazione finale che tenga conto dei criteri di misurazione della domanda di giustizia nei territori a salvaguardia del fondamentale principio della prossimità degli uffici giudiziari ai cittadini e alle imprese.

Se, infatti, nello schema presentato all’approvazione del Guardasigilli, sono stati inseriti gli indicatori della specificità territoriale dei bacini d’utenza e del tasso effettivo della criminalità organizzata, il contributo che il CNF voleva dare, anche attraverso la partecipazione del suo vicepresidente Logrieco ai lavori della commissione, era molto più ampio.

Forte, in particolare, è la critica ad un approccio alla problematica incentrato sulla mera riduzione del numero degli uffici giudiziari, senza sufficienti criteri di analisi della questione.

Il tema della riforma della geografia giudiziaria, del resto, sta molto a cuore al Consiglio Nazionale Forense, che ha incentrato su di essa uno studio condotto dalla commissione CNF sulla Geografia Giudiziaria insieme all’Osservatorio Nazionale Permanente sull’esercizio della Giurisdizione e in collaborazione con l’Istat e l’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Vediamo quindi i risultati dello studio.

Premesse

La relazione predisposta dal CNF parte da due premesse di fondo.

Innanzitutto si è sottolineato come la ridefinizione dei confini geografici debba necessariamente ispirarsi al Continua a leggere

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Cnf: la conferma del Consiglio di Stato alla multa milionaria e le reazioni dell’avvocatura

A cura della Dott.ssa Marina Crisafi

La convalida della decisione dell’Antitrust sulla condotta restrittiva della concorrenza scatena la dura risposta degli avvocati. In allegato il testo della sentenza 

Scales of justice and gavel on desk with dark background that allows for copyspace.

 

La limitazione dell’utilizzo dei canali di diffusione delle informazioni, come la piattaforma “Amica Card”, e la reintroduzione dei vincoli dei minimi tariffari rappresentano condotte finalizzate a restringere l’autonomia degli avvocati e risultano chiaramente “anticoncorrenziali”. E’ questo in sintesi quanto affermato dal Consiglio di Stato, con la sentenza n. 1164/2016 depositata il 22 marzo scorso, mettendo la parola fine sulla vicenda della multa al Consiglio Nazionale Forense e confermando la sanzione di quasi un milione di euro inflitta dall’Antitrust per intesa restrittiva della concorrenza.

 La vicenda

Il caso risale all’ottobre del 2014 quando l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm) inflisse, con provvedimento n. 25154 del 22 ottobre 2014 al Consiglio Nazionale Forense una sanzione di 912.536,40 euro per aver dato vita ad una intesa restrittiva della concorrenza, adottando due decisioni limitatrici dell’autonomia dei professionisti rispetto alla determinazione del proprio comportamento economico sul mercato, in violazione dell’art. 101 TFUE. Le due decisioni “incriminate” erano il parere n. 48/2012, volto a limitare l’utilizzo della piattaforma “Amica Card”, e la circolare n. 22-C/2006 reintroduttiva della vincolatività dei minimi tariffari.

Il provvedimento dell’Agcm veniva impugnato dal Cnf di fronte al Tar del Lazio, il quale nel luglio del 2015 (cfr., sentenza n. 8778/2015) annullava la sanzione nella parte in cui qualificava come illecita l’adozione della circolare n. 22-C/2006, con conseguente obbligo dell’Authority di rideterminare la sanzione.

La sentenza del giudice amministrativo veniva impugnata dinanzi al supremo consesso sia da parte dell’Agcm che da parte del Cnf.

Da quest’ultimo però senza successo, perché il Consiglio di Stato con la sentenza in commento ha respinto il ricorso dell’avvocatura e accolto quello dell’Antitrust ripristinando di fatto la multa milionaria.

La decisione

Una delle principali motivazioni del ricorso presentato dal Cnf riguardava la natura stessa dell’organo, giacché trattandosi di un ente pubblico non economico non potrebbe essere qualificato come “associazione di imprese”, per cui l’Agcm avrebbe dovuto agire nel rispetto delle procedure previste dall’art. 21-bis della l. n. 287/1990 (Norme per la tutela della concorrenza e del mercato).

Ma le tesi del Cnf non fanno breccia presso i giudici di palazzo Spada.

Il collegio infatti – preliminarmente sottolineando come sia dirimente definire la natura del Consiglio, dato che l’art. 101 TFUE trova applicazione sia nel caso in cui si abbia a che fare con un’impresa o un’associazione di imprese che assume una decisione, mentre la l. n. 287/1990 (art. 21-bis) presuppone la Continua a leggere

Niente anatocismo nel piano di ammortamento alla francese

A cura dell’Avv. Valeria Zeppilli

Ormai daanatocismo diversi anni giurisprudenza e interpreti conducono un intenso dibattito avente ad oggetto il piano di ammortamento alla francese. La domanda sulla quale ci si arrovella senza riuscire ad assestarsi su una posizione unanime è la seguente: tale forma di ammortamento genera anatocismo?

Prima di analizzare la questione è opportuno chiarire in cosa consista il piano di ammortamento alla francese.

Il piano di ammortamento alla francese

Il piano di ammortamento alla francese è caratterizzato dal fatto che le rate da corrispondere come corrispettivo di un finanziamento o di un qualsiasi prestito richiesto sono costanti e gli interessi vanno calcolati avendo come punto di riferimento il capitale residuo.

In particolare, la rata costante è data dalla somma di quota di interessi e quota capitale e la quota di interessi è data dal prodotto tra il capitale residuo del periodo precedente e il tasso di interesse rapportato al periodo.

È chiaro che una volta che sia stata calcolata la quota interessi per la prima rata, sarà possibile calcolare anche la quota capitale e, per differenza, il nuovo capitale residuo.

Infatti, la quota capitale è data dalla differenza tra la rata e la quota interessi mentre il capitale residuo è dato dalla Continua a leggere

Direttiva mutui: addio alla casa dopo 18 rate non pagate

A cura della Dott.ssa Marina Crisafi

Tutte le novità del decreto che recepisce la direttiva europea sui mutui in via di approvazione

Immobili alle banche, senza passare dal tribunale, dopo 18 rate di mutuo non pagate e non 7 come originariamente previsto; maggiori tutele e informazioni per i debitori; estinzione del debito, anche in caso di realManos entregando una casaizzo inferiore alle somme dovute. Sono questi i principali correttivi apportati dalle commissioni finanze di Camera e Senato nel parere favorevole ma condizionato rilasciato il 9 marzo scorso al decreto legislativo che recepisce in Italia la direttiva Ue 2014/17, meglio nota come “direttiva mutui“. Il via libera delle commissioni parlamentari, nonostante le infinite polemiche di questi giorni sul testo, toglie, di fatto, ogni ostacolo al definitivo recepimento della direttiva nel nostro ordinamento, ma contiene numerose osservazioni tese ad assicurare maggiori garanzie ai consumatori, delle quali l’esecutivo dovrà tenere conto nella rielaborazione dell’impianto originario del testo.

Ecco, in pillole, le novità principali:

 Inadempimento dopo 18 rate non pagate

Lo schema di decreto prevede che, in seguito ad apposito accordo tra la banca e il cliente, in caso di inadempimento di quest’ultimo la prima possa vendere direttamente l’immobile dato in garanzia bypassando l’intervento del giudice.

Tra le principali condizioni apposte dalle commissioni parlamentari, vista la scomparsa del “filtro giudiziale”, c’è la previsione che per “inadempimento” debbano intendersi esclusivamente i mancati versamenti e non i meri ritardi. Continua a leggere