Mutui: l’usura va accertata al momento genetico del contratto e non è impedita dalla previsione di una clausola di salvaguardia

A cura della Dott.ssa Marina Crisafi

usura-mutui

 

 

           

In allegato il testo dell’ordinanza del Tribunale di Benevento del 30 dicembre 2015

L’accertamento dell’usura in un contratto di mutuo va effettuato al momento genetico del contratto e l’introduzione di un meccanismo teso a limitare, ex ante, una determinazione degli interessi in contrasto con i limiti previsti dalla legge non può impedire il verificarsi del fenomeno usurario. Ad affermarlo è il Tribunale di Benevento, con la recente ordinanza n. 43/2015, depositata il 30 dicembre scorso (giudice est. Antonietta Genovese), accogliendo il ricorso di una società che aveva trascinato in giudizio l’istituto bancario per ottenere la restituzione degli importi percepiti illegittimamente ritenendo usurari i tassi applicati.

Il caso

La vicenda ha per protagonista una s.r.l. che aveva stipulato un contratto di mutuo con una banca popolare dell’importo di quasi un milione di euro. Ritenendo usurario il tasso applicato, la società conveniva in giudizio l’istituto bancario per sentirlo condannare alla restituzione degli importi illegittimamente percepiti.

Per la banca, invece, la presenza nel contratto della c.d. “clausola di salvaguardia”, in base alla quale, in caso di sfondamento del tasso soglia, gli interessi avrebbero dovuto comunque e sempre essere considerati pari al massimo consentito dalla legge, ne escludeva in radice l’illiceità.

Di diverso avviso, la tesi del CTU, secondo il quale pur in presenza della clausola di salvaguardia doveva ritenersi accertato l’effettivo superamento del tasso soglia al momento della sottoscrizione del contratto di mutuo, giacché il semplice adeguamento del saggio di mora, entro i limiti massimi imposti dalla legge n. 108/1996, non esclude che il contratto risulti in usura a causa delle altre condizioni economiche previste, incluse nel calcolo Taeg/Isc.

Nel contratto de quo, infatti, a detta del perito, l’unico tasso determinato era il TAN (al quale peraltro era associata la suddetta clausola), ma nello stesso non erano considerate le spese contrattualmente pattuite, di fatto ricomprese nel calcolo del Taeg/Isc, per cui sommando il differenziale tra i due tassi a quello di mora, risultava comunque un valore complessivo del saggio d’interesse oltre la soglia legale.

Il giudice, sciogliendo la riserva, accoglieva la tesi del CTU dando ragione alla società.

L’efficacia limitata della clausola di salvaguardia

Compiendo un approfondito excursus sugli orientamenti difformi della giurisprudenza in materia, il giudice campano afferma preliminarmente che “la presenza di una clausola di salvaguardia all’interno del contratto di mutuo non impedisce che il meccanismo di calcolo degli interessi possa comportare, anche solo in astratto, il superamento del tasso soglia”.

Tale clausola, infatti, secondo il ragionamento del tribunale – a differenza di altre previsioni più ampie che conducono al tasso soglia i vari oneri contrattuali, garantendo così la liceità del negozio – va solo ad incidere, riducendolo, su uno solo dei tassi indicati nel contratto, e cioè quello di mora, per riportarlo nei limiti della legalità.

Ciò, non vale ad escludere, dunque, ha spiegato il giudice di Benevento, il verificarsi dell’usura, il cui accertamento, secondo la legge n. 108/1996 va condotto “determinando il tasso effettivo globale annuo concretamente pattuito nella previsione complessiva degli oneri posti a carico del debitore”.

La base di calcolo per l’effettuazione della verifica “deve essere costituita – difatti – dalla media delle voci di costo applicate a valle dagli intermediari nei loro rapporti con i clienti, che costituiscono l’oggetto del giudizio di usurarietà”. Per cui, nella stessa rientrano interessi, commissioni, remunerazioni e spese a qualunque titolo pattuiti (fatta eccezione per imposte e tasse), che vanno considerati come un dato unico da raffrontare al tasso soglia, ai fini della disamina sulla ricorrenza o meno dell’”usura oggettiva originaria”.

Del resto, a favore depongono, si legge nell’ordinanza, sia la nuova formulazione dell’art. 644 c.p. sia l’art. 2 della l. n. 108/1996, che esplicitamente, e rispettivamente, sanciscono che “per la determinazione del tasso di interesse usurario si tiene conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese […] collegate alla erogazione del credito”, riferendosi con ciò al costo complessivo gravante in concreto sul cliente, e che il Ministro del tesoro “rileva trimestralmente il tasso effettivo globale medio” a sua volta comprensivo “di commissioni, di remunerazioni a qualsiasi titolo e spese, escluse quelle per imposte e tasse, riferito ad anno, degli interessi praticati dalle banche e dagli intermediari finanziari”.

Nel caso di specie, come evidenziato dal CTU, la clausola fa solo riferimento al Tan e non al Taeg (comprendente tutti gli oneri e le spese contrattualizzati), per cui calcolando il differenziale tra i due e sommandolo al tasso di mora adeguato ex art. 108/96, per effetto della clausola stessa, si ha sempre e comunque un valore del tasso complessivo applicato al contratto (pari a 1,050%) oltre la soglia consentita dalla legge.

La decisione

In conclusione, aderendo all’indirizzo secondo il quale l’accertamento dell’usurarietà del tasso di interesse “attiene al momento genetico del contratto” dovendo intendersi usurari “gli interessi che superino il limite previsto dalla legge al momento della loro pattuizione, a prescindere dal superamento del tasso soglia al momento della loro corresponsione”, il tribunale ha affermato che “l’introduzione di un meccanismo volto a limitare ex ante una determinazione degli interessi in contrasto con i limiti previsti dall’ordinamento non inibisce in radice il verificarsi del fenomeno usurario”.

Avendo, dunque, la banca contrattualizzato somme in dispregio della normativa antiusura, il suo comportamento va quindi sanzionato – ex art. 1815 c.c., che rappresenta la sanzione civile connessa all’accertamento della fattispecie di reato di cui all’art. 644 c.c. – con la non debenza degli interessi (e la gratuità del mutuo), a prescindere dal fatto che gli interessi di mora comunque, di fatto, non erano stati pagati dalla società ricorrente.

Per cui, il tribunale ha accolto la domanda della società ricorrente e condannato la banca alla restituzione di oltre 353mila euro, oltre agli interessi, dalla domanda al soddisfo, e al pagamento delle spese di giudizio.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...